Sepúlveda en devenir

Sepúlveda en devenir

Con Aurora Simeone
Prodotta da BAM Teatro/Teatro del sale

Nell’ottica di una multidisciplinarietà che conquisti anche la platea dei giovanissimi, nasce questo progetto legato allo scrittore Luis Sepúlveda, vittima celebre del Covid ma prima di tutto, cantore immortale di resistenza.
Queste le basi di  Sepúlveda en devenir, coprodotto col Teatro del Sale e costruito – come annuncia il titolo – in step progressivi tra letture animate in un percorso trasversale che lega insieme letteratura, teatro di figura, favola e scrittura drammaturgica, nell’ottica sempre più diffusa di progetti di aggregazione generazionale, che sappiano contenere un messaggio di rinascita e ottimismo alla costruzione.
Protagonista e timoniere di questa avventura in scena, Aurora Simeone

Categorie: Produzioni

Locandina Novelle Orientali

Novelle orientali

Novelle orientali
di Marguerite Yourcenar
Traduzione Maria Luisa Spaziani
Edizioni Bur Contemporanea

Con Serra Yilmaz
Foto Daire
Visual Chiara Maria Baire
Produzione BAM Teatro

Una raccolta di storie preziose comparse per la prima volta nel 1938, mescolate a racconti e memorie di viaggi della scrittrice, grande amante dell’Oriente. È un Oriente largamente inteso, che va dai Balcani al Giappone, includendo perfino la Grecia e che si spinge fino all’India, ammantato di poesia e struggenti racconti, ora tragici, ora mitologici, ora ripresi da vecchie tradizioni sconosciute ai più, apologhi taoisti, miti indù che parlano di sentimenti umani e passioni nelle loro sfumature più varie e contraddittorie. La scrittura della Yourcenar, ricchissima ed elegante, regala un’aura da favola alle narrazioni proposte che brillano in una luce senza tempo e che ben si addicono ad una lettrice di eccezione, cosmopolita e appassionata come Serra Yilmaz. Percorreremo attraverso la sua interpretazione, un viaggio affascinante ed esotico in cui è il destino a prendersi gioco degli uomini e a guidare i loro passi.

Tournée

La luna e i falò

 

Foto di Franco Rabino

 

La luna e i falò
di Cesare Pavese

Adattamento dal romanzo di Andrea Bosca e Paolo Briguglia
Con Andrea Bosca
Regia Paolo Briguglia
Luci Marco Catalucci
Costumi Tommaso Lagattolla
Assistente ai costumi Donato Didonna
Visual Chiara Maria Baire
Foto Laura Farneti
Produzione BAM teatro

 

Nel viaggio alle origini, alla ricerca delle radici dove si nasce e dove si muore, la realtà si fonde con la memoria e una parlata viva e vera si innesta, come fosse una vite nuova, nei tagli freschi della poesia.
“Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?” Anguilla è tornato da Genova, dall’America, dall’Altrove. Anguilla il bastardo cresciuto garzone, che fattosi uomo ricerca la terra, le piazze, le facce di allora.

Ma il passato si muove.
E mai rassicura. Perché “tutto è cambiato eppure uguale” a Canelli, sulla Langa e nella valle del Belbo. “E sulle colline il tempo non passa”.
Sotto alle cose, ai fatti, alle vite di chi è stato signore e di chi invece era niente, Pavese intravede simboli eterni del destino umano, il rito, il mito e si incammina coi suoi personaggi in un viaggio verso il primitivo e l’ancestrale. Uomini, donne e perfino le bestie, sono mossi da un sordo e mai pago desiderio che porta i più fragili a perdersi o a bruciare.
“La luna c’è per tutti” eppure “Qualcosa manca sempre”.
Nuto, il falegname del Salto e l’amico di sempre, “Nuto che non se n’era mai andato veramente, che voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni. O forse no, credeva sempre nella luna” diventa allora guida, Virgilio di campagna, custode di inconfessabili segreti.
E se qualcosa ancora rimane dopo i fuochi dei falò, è forse proprio la profonda amicizia che unisce Nuto ed Anguilla già dai tempi in cui era ragazzo e servitore alla cascina della Mora, quel riconoscersi quasi parenti della zappa e del clarino, lo stringersi a vita in umana e sociale catena.
“Non bisogna dire, gli altri ce la facciano, bisogna aiutarli”. L’incontro con Cinto, il ragazzino sciancato destinato alla miseria e all’ignoranza dall’altra faccia del mondo contadino che Anguilla va cercando, obbliga ad un confronto attuale e necessario con chiunque ancora sia convinto che il mondo finisca alla svolta della strada che strapiomba sul Belbo.
Perché per gli ultimi la Storia accade, ma non conta. Non c’è guerra, non ci sono fazioni, nè Liberazione. Solo l’affanno continuo di procurarsi un tetto e un piatto di polenta. “E vederlo su quell’aia era come rivedere me stesso”.
Anguilla se ne è andato, è tornato, ha fatto fortuna. Di fronte a Cinto non si può chiudere gli occhi. E le donne, direte?
Le donne sono solo evocate, un soffio della memoria. Non sono personaggi in presenza, ma in assenza. O meglio, la loro assenza le rende ancora più presenti.
“Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano…Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, mi ero accorto, che non sapevo più di saperla”.

Se la lingua di Pavese è creata da a partire da un parlato semplice e popolare poi trasfigurato nel ritmo poetico della prosa, il linguaggio della scena ricerca la poesia nella prosa degli oggetti , dei corpi e dello spazio.
La forze simbolica del teatro trasforma le cose, le ri-destina, facendo di un fil di ferro una vigna, di luci lontane una collina, di un ritmo martellante un’ambiente ed insieme la sua suggestione emotiva nel cuore di chi ascolta.
Trasformare il romanzo in drammaturgia e spettacolo obbliga al confronto con una pagina scritta con sapiente bellezza, dove la maggior parte degli eventi sono collocati al passato.
L’intuizione di dare corpo a tre ruoli porta la scena a vivere qui e ora, alla confidenza di Anguilla occhi negli occhi col pubblico e a ad una dinamica in cui i tre personaggi coesistono continuamente, ricreando lo spazio e aprendo la scena ad un controcanto di azioni legate dal filo simbolico dell’immaginazione, proprio come i capitoli di Pavese sono uniti dalla forza lirica della sua scrittura.

 

 

NOTE DI REGIA

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MANIFESTO E LOCANDINA

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Tournée

Proprietà e atto

Proprietà e atto
di Will Eno
Traduzione di Chiara Maria Baire
Supervisione di Elena Battista

Con Francesco Mandelli
Regia di Leonardo Lidi
Luci Stefano Valentini
Foto di scena Luca del Pia
Illustrazione originale di Pietro Nicolaucich
Produzione BAM Teatro/La Corte Ospitale

 

 

United States premiere originally produced by Signature Theatre, New York City
James Houghton, Founding Artistic Director
Erika Mallin, Executive Director
In association with Gare St Lazare Players
May 20, 2012
TITLE AND DEED is produced by special arrangement with United Talent Agency

 

“Title and Deed è un monologo interpretato da un uomo che viene da una qualche parte imprecisata e che è arrivato qui.
Nei suoi esilaranti e strazianti tentativi di comprendere se stesso e il mondo che gli è rimasto, e di comprendere noi e il mondo in cui è arrivato, getta una luce decisamente necessaria sulla nostra intera esperienza collettiva.
Il tempo di esecuzione, se il suo protagonista non muore o pensa ad altro, è di circa un’ora”.

Will Eno

 

 

 

“Nella mia vita ho stupidamente e realmente lottato contro il semplice concetto di identità.

Mi sento più libero nella scrittura di un monologo.

Potrebbe essere dovuto al fatto che mi interessa la distruzione e la ricostruzione della propria coscienza, piuttosto che lo scontro di diverse coscienze, come avviene in uno spettacolo con più personaggi.”

Will Eno

 

 

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MANIFESTO E LOCANDINA

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SCHEDA DI PRESENTAZIONE

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Tournée

Il mio nome è Caino

Il mio nome è Caino
di Claudio Fava

Con Ninni Bruschetta
Pianoforte Cettina Donato
Allestimento e regia di Laura Giacobbe
Produzione BAM TEATRO

 

 

Chi è Caino?
È il male, la bestia feroce, la tenebra del destino? O solo uno di noi a cui è toccato in sorte il mestiere dell’assassino?
Claudio Fava in questo testo, se lo chiede laicamente, provando a dare corpo ai pensieri di un sicario mafioso. Senza giustificazioni, né pentimenti: perché non è la pedagogia sul male che ci serve, ma il racconto della sua banalità.

La storia di un uomo chiamato dal destino a essere un mafioso. E per questa ragione premiato dagli altri con il soprannome di Caino.
Fedele a se stesso fino a quando intuisce che da qualche parte della città c’è Abele che lo aspetta perché il sacrificio si compia. Perché tutto è già scritto: Caino ucciderà ancora affinché il bene diventi martirio.

 

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Tournée

La luna e i falò – Note di regia

La luna e i falò raccoglie lo smarrimento misto a malessere comune all’uomo contemporaneo. È un romanzo denso, una materia poderosa raccolta in 32 capitoli che ne fanno un’opera di grande valore, non sono letterario.
Ambientato a ridosso della Liberazione, nelle Langhe sventrate dalla guerra appena alle spalle e dalla miseria di un territorio che prova a rimettersi sulle sue gambe, racconta del ritorno a casa di Anguilla, emigrato in America dove è riuscito a fare fortuna. Il suo è un viaggio a ritroso, tra i luoghi e le tracce dell’infanzia, che prova a riannodare tra memorie sbiadite ed emozioni perse, nel tentativo di riappropriarsi di una identità e sentirsi parte di una comunità originaria. Eppure, anche nella placida campagna, dove tutto sembra conservarsi e a cui il tempo sembra risparmiare intatta la bellezza delle colline e dei noccioli, come pure l’abitudine ancestrale dei faló, tutto è cambiato irrimediabilmente.
C’è tanto del nostro essere giovani uomini in questo adattamento per il teatro che firmo insieme ad Andrea Bosca: l’inquietudine, l’essersi allontanati dai luoghi di origine, il modo difficile di sentirci a casa da qualche parte.
Ho ritenuto opportuno raccontare il qui e ora della voce narrante, trasformando il palcoscenico nella piazza del paese su cui Anguilla- che “nessuno conosce e nessuno più riconosce”- fa il suo arrivo. Il pubblico diviene l’interlocutore curioso a cui restituire la memoria del proprio vissuto e quella di quei luoghi nei tempi della sua assenza. Emerge lo strato profondo che un autore immensamente grande come Cesare Pavese ha voluto rappresentare: il senso della vita, l’andarsene, il tornare, l’essere straniero, il bisogno di una identità radicata che si rifletta nelle persone, nei luoghi, che ci hanno visto diventare uomini.

Paolo Briguglia

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La luna e i falò – FOTO DOWNLOAD

Foto Franco Rabino

Foto Franco Rabino

Foto Franco Rabino

Foto Franco Rabino

Foto Giovanni Canitano

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Novantadue

Novantadue
Falcone e Borsellino, 20 anni dopo
di Claudio Fava

Testo inedito-novità italiana
Con (in o.a) Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo
Allestimento e Regia di Marcello Cotugno
Luci Stefano Valentini
Suono Gianfranco Pedetti
Progetto grafico Francesco Lampredi
Produzione BAM Teatro
In collaborazione con: XXXVII Cantiere Internazionale D’arte di Montepulciano e Festival L’Opera Galleggiante

Novantadue è una moderna tragedia classica. Suo malgrado.
La modernità è nei fatti, nel titolo che scandisce la nostra ridottissima distanza (solo temporale, perché nei fatti c’è già un universo a separarci) dalla storia che mette in scena.
La sua classicità è nella dimensione epica, consapevolmente eroica, dei suoi protagonisti: sarebbero piaciuti a Sofocle, Falcone e Borsellino.
Lo si potrebbe peraltro credere un testo di denuncia: Novantadue – o meglio, il 1992 – è stato un anno orribile della nostra storia, iniziato peraltro con la pronuncia da parte della Cassazione della sentenza storica e definitiva di condanna che chiuse di fatto il Maxi-processo.
Invece, Novantadue è soprattutto, sorprendentemente il racconto di una doppia solitudine.
Che si staglia sullo sfondo di una fase epocale della nostra storia repubblicana, ma sempre solitudine umana resta. È il racconto di due uomini abbandonati da quello Stato che hanno giurato di servire.
Due volti che in Novantadue tornano persone, dopo essere stati trasformati in icone.
Oggi li troviamo fotografati e riprodotti dappertutto, dalle aule di tribunali agli interni delle macellerie.
Fino al paradosso: una loro foto compare persino in quel circolo Arci di Paderno Duniano dove il 31 ottobre del 2009 i boss delle ‘ndrine si sono riuniti per eleggere il nuovo capo della ‘ndrangheta lombarda.
Ma erano – e non dobbiamo dimenticarlo – uomini, che lo Stato ha lasciato soli, a consumarsi ed immolarsi in una tragedia assolutamente annunciata.
E fuori dalla retorica celebrativa che si è affannata a piangerne l’eroico sacrificio, di loro non si è forse mai veramente parlato. Della loro umanità, delle loro passioni, delle loro piccole ostinazioni. Delle paure con cui hanno convissuto fino all’ultimo, del rigore dei loro pensieri, di quel senso dello Stato altissimo, non negoziabile, con cui ogni giorno servivano il Paese. Delle loro ore insonni o dei 200 e più caffè consumati (e messi in conto) durante il soggiorno di sicurezza al carcere dell’Asinara, quando erano “reclusamente” intenti a preparare il Maxi-processo.
Una storia del genere non si può raccontare con la retorica.
Per questo il nostro spettacolo trova la sua cifra estetica nell’essenzialità, funzionale a uno scavo profondo nell’intimità di due esseri umani.
A innescare sulla scena il contradditorio narrativo con Falcone e Borsellino, altri due personaggi: un collega magistrato e un mafioso comune. Il primo è il nemico che si cela dentro casa, è la zona grigia, è il terreno della contraddizione, dove crolla ogni rassicurante steccato tra il bene e il male. Il secondo è un mafioso, uno che abbassa la testa ed esegue gli ordini, ma che si è rifiutato di eseguirne uno: uccidere Paolo Borsellino.
Tutti i codici che circondano la recitazione degli attori sono dismessi: luci scarne e scenografia minimale ricordano un teatro povero, di ispirazione kantoriana. Ed ecco che bastano pochi elementi (come già nelle intenzioni dell’autore) – un tavolo, delle sedie – per mettere in scena la tragedia di due uomini comuni, chiamati dalla propria indole testarda a una missione straordinaria quanto impossibile: ripulire la Sicilia (e l’Italia) dalla mafia. Pochi altri segni ricostruiscono per accenni l’universo e la gestualità dei due personaggi.
Tutto, anche la musica (le note sussurrate di Nils Frahm, gli archi implacabili di Olafur Arnalds, le elaborazioni post neo-melodiche di Hugo Race e del suo The Merola Matrix, le canzonette pop del tempo, che vengono dalla radio), più che fare che da commento all’azione scenica, servirà da veicolo emozionale per attingere alla solitudine di ciascuno di noi, ai momenti di abbandono che anche noi abbiamo vissuto, al senso di impotenza che anche noi abbiamo patito. Ai sentimenti di rabbia, paura, sconforto, entusiasmo, che appartengono a tutti.
E che rendono umani anche gli eroi.
Così erano Falcone e Borsellino.
Così siamo tutti noi davanti alla menzogna di Stato che li ha uccisi.
E che continua ogni giorno a contaminare le nostre vite.

Marcello Cotugno

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Nel mare ci sono i coccodrilli

Nel mare ci sono i coccodrilli
Storia vera di Enaiatollah Akbari
Di Fabio Geda
nella riduzione a firma dell’autore

Con Paolo Briguglia
Musiche originali di Fabio Zeppetella
Regia di Paolo Briguglia ed Edoardo Natoli
Spazio e costumi di Alessandra Traina
Produzione BAM teatro
in collaborazione con Palermo Teatro Festival

C’era (c’è sempre) una volta un bambino.
Ma se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che – anche se sei un bambino alto come una capra e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi – qualcuno reclami con prepotenza la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta, corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così un giorno all’improvviso lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo perbene e poi ti lascia solo. Da questo tragico atto d’amore, hanno inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l’incredibile viaggio che lo porterà in Italia, passando per l’Iran, la Turchia e la Grecia. Un’odissea tragica che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini e che, nonostante tutto, non è riuscita a fargli perdere l’ironia, né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso di bambino e il grande amore per la vita che porta dentro al cuore.
Enaiatollah ha infine trovato un posto dove fermarsi e provare ad avere la sua età.
E questa è la sua storia.
Dal best seller di Fabio Geda, pubblicato da Baldini&Castoldi, già tradotto in 31 paesi, uno dei più commoventi racconti sull’immigrazione e una grande lezione sulla speranza e l’umanità, che appaiono-mai come oggi- sentimenti rivoluzionari.

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Il corpo perfetto

Foto di Roberta Krasnig

 

Il corpo perfetto

di e con Lavinia Savignoni

Bam Teatro/La Loba Production

 

 

Il corpo perfetto è l’imperativo categorico della società contemporanea. E’ pure il titolo del monologo scritto, diretto e interpretato da Lavinia Savignoni. Il testo si concentra sulla ossessione del corpo e su tutto quello che -direttamente o indirettamente- gira intorno al pensiero della sua perfezione, fino al paradosso delle sue distorsioni: mangiare sano, essere in salute, scattanti, magari vegani o seguaci di regimi alimentari severissimi e alla moda, perfettamente funzionanti e “belli”, soprattutto belli da vedersi e potersi fotografare e postare sui social, perché l’ultima certificazione al nostro valore, passa ormai inevitabilmente dal gradimento del mondo della rete.

Così la nostra protagonista, una donna di quarant’anni mite e di bell’aspetto è intenta a provare in casa sua la scaletta del programma “Il Corpo Perfetto” che andrà in onda in diretta tv l’indomani e che illustra anche l’onomino metodo da lei brevettato per vivere in salute.

La prova di memoria si trasforma ben presto in un flusso di coscienza che spazia su come siamo fatti e su come possiamo raggiungere la perfetta funzionalità del corpo.

Alcuni ricordi di bambina irrompono all’improvviso prepotenti, svelando il precario equilibrio emotivo della donna e mostrando suoi lati fino ad allora erano repressi, ribaltando l’immagine di persona risolta che invece tenta con ogni forza di promuovere.

Il suo racconto, a tratti grottesco, altre volte drammatico, assai spesso comico, rivela le irrequietezze e gli aspetti “disturbati” che spesso si celano dietro la filosofia del wellness e che tradiscono le fragilità più profonde del nostro mondo contemporaneo.

Uno spettacolo sul conflitto aperto e tutt’altro che risolto, tra il bisogno di un corpo perfettamente funzionante, i modi per ottenerlo, e il tentativo di non perdere la nostra profondità e lucidità pur essendo subissati da messaggi di un universo inquinato e artificiale, non solo per i prodotti che consumiamo abitualmente. La corsa alla ricerca dell’elisir di eterna giovinezza si scontra con l’incedere inesorabile della vecchiaia che ci riguarda indistintamente tutti, indipendentemente dagli sforzi fatti per contrastarla e ritardarne l’avvento.

Categorie: Produzioni

#RIPENESSisALL

#RIPENESSisALL
Appunti per una luna e i falò

Con: Andrea Bosca

Presentazione del secondo studio sul progetto legato alla scrittura di Cesare Pavese e in particolare al suo celebre romanzo, La luna e i falò. A 70 anni dalla sua pubblicazione e dal suicidio del suo autore, presentiamo in teatro una riscrittura originale curata dallo stesso Bosca e da Paolo Briguglia, che firma anche la regia dello spettacolo La luna e i falò .

Produzione BAM teatro
Nuova produzione stagione 2019/20

Foto di Luca Brunetti

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Categorie: Portfolio