Proprietà e atto

Proprietà e atto
di Will Eno
Traduzione di Chiara Maria Baire
Supervisione di Elena Battista

Con Francesco Mandelli
Regia di Leonardo Lidi
Luci Stefano Valentini
Foto di scena Luca del Pia
Illustrazione originale di Pietro Nicolaucich
Produzione BAM Teatro/La Corte Ospitale

 

 

United States premiere originally produced by Signature Theatre, New York City
James Houghton, Founding Artistic Director
Erika Mallin, Executive Director
In association with Gare St Lazare Players
May 20, 2012
TITLE AND DEED is produced by special arrangement with United Talent Agency

 

“Title and Deed è un monologo interpretato da un uomo che viene da una qualche parte imprecisata e che è arrivato qui.
Nei suoi esilaranti e strazianti tentativi di comprendere se stesso e il mondo che gli è rimasto, e di comprendere noi e il mondo in cui è arrivato, getta una luce decisamente necessaria sulla nostra intera esperienza collettiva.
Il tempo di esecuzione, se il suo protagonista non muore o pensa ad altro, è di circa un’ora”.

Will Eno

 

 

 

“Nella mia vita ho stupidamente e realmente lottato contro il semplice concetto di identità.

Mi sento più libero nella scrittura di un monologo.

Potrebbe essere dovuto al fatto che mi interessa la distruzione e la ricostruzione della propria coscienza, piuttosto che lo scontro di diverse coscienze, come avviene in uno spettacolo con più personaggi.”

Will Eno

 

 

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SCHEDA DI PRESENTAZIONE

PRESS LIST

 

 

 

 

Tournée

La luna e i falò

 

Foto di Franco Rabino

 

La luna e i falò
di Cesare Pavese

Adattamento dal romanzo di Andrea Bosca e Paolo Briguglia
Con Andrea Bosca
Regia Paolo Briguglia
Luci Marco Catalucci
Costumi Tommaso Lagattolla
Assistente ai costumi Donato Didonna
Visual Chiara Maria Baire
Foto Laura Farneti
Produzione BAM teatro

 

Nel viaggio alle origini, alla ricerca delle radici dove si nasce e dove si muore, la realtà si fonde con la memoria e una parlata viva e vera si innesta, come fosse una vite nuova, nei tagli freschi della poesia.
“Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?” Anguilla è tornato da Genova, dall’America, dall’Altrove. Anguilla il bastardo cresciuto garzone, che fattosi uomo ricerca la terra, le piazze, le facce di allora.

Ma il passato si muove.
E mai rassicura. Perché “tutto è cambiato eppure uguale” a Canelli, sulla Langa e nella valle del Belbo. “E sulle colline il tempo non passa”.
Sotto alle cose, ai fatti, alle vite di chi è stato signore e di chi invece era niente, Pavese intravede simboli eterni del destino umano, il rito, il mito e si incammina coi suoi personaggi in un viaggio verso il primitivo e l’ancestrale. Uomini, donne e perfino le bestie, sono mossi da un sordo e mai pago desiderio che porta i più fragili a perdersi o a bruciare.
“La luna c’è per tutti” eppure “Qualcosa manca sempre”.
Nuto, il falegname del Salto e l’amico di sempre, “Nuto che non se n’era mai andato veramente, che voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni. O forse no, credeva sempre nella luna” diventa allora guida, Virgilio di campagna, custode di inconfessabili segreti.
E se qualcosa ancora rimane dopo i fuochi dei falò, è forse proprio la profonda amicizia che unisce Nuto ed Anguilla già dai tempi in cui era ragazzo e servitore alla cascina della Mora, quel riconoscersi quasi parenti della zappa e del clarino, lo stringersi a vita in umana e sociale catena.
“Non bisogna dire, gli altri ce la facciano, bisogna aiutarli”. L’incontro con Cinto, il ragazzino sciancato destinato alla miseria e all’ignoranza dall’altra faccia del mondo contadino che Anguilla va cercando, obbliga ad un confronto attuale e necessario con chiunque ancora sia convinto che il mondo finisca alla svolta della strada che strapiomba sul Belbo.
Perché per gli ultimi la Storia accade, ma non conta. Non c’è guerra, non ci sono fazioni, nè Liberazione. Solo l’affanno continuo di procurarsi un tetto e un piatto di polenta. “E vederlo su quell’aia era come rivedere me stesso”.
Anguilla se ne è andato, è tornato, ha fatto fortuna. Di fronte a Cinto non si può chiudere gli occhi. E le donne, direte?
Le donne sono solo evocate, un soffio della memoria. Non sono personaggi in presenza, ma in assenza. O meglio, la loro assenza le rende ancora più presenti.
“Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano…Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, mi ero accorto, che non sapevo più di saperla”.

Se la lingua di Pavese è creata da a partire da un parlato semplice e popolare poi trasfigurato nel ritmo poetico della prosa, il linguaggio della scena ricerca la poesia nella prosa degli oggetti , dei corpi e dello spazio.
La forze simbolica del teatro trasforma le cose, le ri-destina, facendo di un fil di ferro una vigna, di luci lontane una collina, di un ritmo martellante un’ambiente ed insieme la sua suggestione emotiva nel cuore di chi ascolta.
Trasformare il romanzo in drammaturgia e spettacolo obbliga al confronto con una pagina scritta con sapiente bellezza, dove la maggior parte degli eventi sono collocati al passato.
L’intuizione di dare corpo a tre ruoli porta la scena a vivere qui e ora, alla confidenza di Anguilla occhi negli occhi col pubblico e a ad una dinamica in cui i tre personaggi coesistono continuamente, ricreando lo spazio e aprendo la scena ad un controcanto di azioni legate dal filo simbolico dell’immaginazione, proprio come i capitoli di Pavese sono uniti dalla forza lirica della sua scrittura.

 

 

NOTE DI REGIA

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MANIFESTO E LOCANDINA

PRESS LIST

Tournée

  • 04-set-2020 XVIII Festival L’isola del teatro & l’isola raccontata – Anfiteatro Parco Riola – Fluminimaggiore (SU) – www.isoladelteatro.it
  • La luna e i falò – Note di regia

    La luna e i falò raccoglie lo smarrimento misto a malessere comune all’uomo contemporaneo. È un romanzo denso, una materia poderosa raccolta in 32 capitoli che ne fanno un’opera di grande valore, non sono letterario.
    Ambientato a ridosso della Liberazione, nelle Langhe sventrate dalla guerra appena alle spalle e dalla miseria di un territorio che prova a rimettersi sulle sue gambe, racconta del ritorno a casa di Anguilla, emigrato in America dove è riuscito a fare fortuna. Il suo è un viaggio a ritroso, tra i luoghi e le tracce dell’infanzia, che prova a riannodare tra memorie sbiadite ed emozioni perse, nel tentativo di riappropriarsi di una identità e sentirsi parte di una comunità originaria. Eppure, anche nella placida campagna, dove tutto sembra conservarsi e a cui il tempo sembra risparmiare intatta la bellezza delle colline e dei noccioli, come pure l’abitudine ancestrale dei faló, tutto è cambiato irrimediabilmente.
    C’è tanto del nostro essere giovani uomini in questo adattamento per il teatro che firmo insieme ad Andrea Bosca: l’inquietudine, l’essersi allontanati dai luoghi di origine, il modo difficile di sentirci a casa da qualche parte.
    Ho ritenuto opportuno raccontare il qui e ora della voce narrante, trasformando il palcoscenico nella piazza del paese su cui Anguilla- che “nessuno conosce e nessuno più riconosce”- fa il suo arrivo. Il pubblico diviene l’interlocutore curioso a cui restituire la memoria del proprio vissuto e quella di quei luoghi nei tempi della sua assenza. Emerge lo strato profondo che un autore immensamente grande come Cesare Pavese ha voluto rappresentare: il senso della vita, l’andarsene, il tornare, l’essere straniero, il bisogno di una identità radicata che si rifletta nelle persone, nei luoghi, che ci hanno visto diventare uomini.

    Paolo Briguglia

    Categorie: Press

    La luna e i falò – FOTO DOWNLOAD

    Foto Franco Rabino

    Foto Franco Rabino

    Foto Franco Rabino

    Foto Franco Rabino

    Foto Giovanni Canitano

    Categorie: Press

    Nel mare ci sono i coccodrilli

    Nel mare ci sono i coccodrilli
    Storia vera di Enaiatollah Akbari
    Di Fabio Geda
    nella riduzione a firma dell’autore

    Con Paolo Briguglia
    Musiche originali di Fabio Zeppetella
    Regia di Paolo Briguglia ed Edoardo Natoli
    Spazio e costumi di Alessandra Traina
    Produzione BAM teatro
    in collaborazione con Palermo Teatro Festival

    C’era (c’è sempre) una volta un bambino.
    Ma se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che – anche se sei un bambino alto come una capra e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi – qualcuno reclami con prepotenza la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta, corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così un giorno all’improvviso lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo perbene e poi ti lascia solo. Da questo tragico atto d’amore, hanno inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l’incredibile viaggio che lo porterà in Italia, passando per l’Iran, la Turchia e la Grecia. Un’odissea tragica che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini e che, nonostante tutto, non è riuscita a fargli perdere l’ironia, né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso di bambino e il grande amore per la vita che porta dentro al cuore.
    Enaiatollah ha infine trovato un posto dove fermarsi e provare ad avere la sua età.
    E questa è la sua storia.
    Dal best seller di Fabio Geda, pubblicato da Baldini&Castoldi, già tradotto in 31 paesi, uno dei più commoventi racconti sull’immigrazione e una grande lezione sulla speranza e l’umanità, che appaiono-mai come oggi- sentimenti rivoluzionari.

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    Tournée

    Il mio nome è Caino

    Il mio nome è Caino
    di Claudio Fava

    Con Ninni Bruschetta
    Pianoforte Cettina Donato
    Allestimento e regia di Laura Giacobbe
    Produzione BAM TEATRO

     

     

    Chi è Caino?
    È il male, la bestia feroce, la tenebra del destino? O solo uno di noi a cui è toccato in sorte il mestiere dell’assassino?
    Claudio Fava in questo testo, se lo chiede laicamente, provando a dare corpo ai pensieri di un sicario mafioso. Senza giustificazioni, né pentimenti: perché non è la pedagogia sul male che ci serve, ma il racconto della sua banalità.

    La storia di un uomo chiamato dal destino a essere un mafioso. E per questa ragione premiato dagli altri con il soprannome di Caino.
    Fedele a se stesso fino a quando intuisce che da qualche parte della città c’è Abele che lo aspetta perché il sacrificio si compia. Perché tutto è già scritto: Caino ucciderà ancora affinché il bene diventi martirio.

     

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    Tournée

    • 26-set-2020Inaugurazione Teatro on air – Teatro Fonderia Leopolda- Follonica (GR) – www.teatro-on-air.it
    • 30-ott-2020Teatro Tedacà – Torino – h 21.00 – www.tedaca.it
    • 31-ott-2020Teatro Tedacà – Torino – h 21.00 – www.tedaca.it
    • 01-nov-2020Teatro Tedacà – Torino – h 19.00 – www.tedaca.it
    • 01-nov-2020Teatro Tedacà – Torino – h 21.00 – www.tedaca.it
    • 04-dic-2020Teatro Musco – Catania – www.mustmuscoteatro.com
    • 05-dic-2020Teatro Musco – Catania – www.mustmuscoteatro.com
    • 06-dic-2020Teatro Musco – Catania – www.mustmuscoteatro.com
    • 08-gen-2021Teatro Clitunno – Trevi (PE) – h 18.00
    • 08-gen-2021Teatro Clitunno – Trevi (PE) – h 21.15
    • 09-gen-2021Teatro Subasio – Spello (PE) – h 18.00
    • 09-gen-2021Teatro Subasio – Spello (PE) – h 21.15

    Novantadue

    Novantadue
    Falcone e Borsellino, 20 anni dopo
    di Claudio Fava

    Testo inedito-novità italiana
    Con (in o.a) Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo
    Allestimento e Regia di Marcello Cotugno
    Luci Stefano Valentini
    Suono Gianfranco Pedetti
    Progetto grafico Francesco Lampredi
    Produzione BAM Teatro
    In collaborazione con: XXXVII Cantiere Internazionale D’arte di Montepulciano e Festival L’Opera Galleggiante

    Novantadue è una moderna tragedia classica. Suo malgrado.
    La modernità è nei fatti, nel titolo che scandisce la nostra ridottissima distanza (solo temporale, perché nei fatti c’è già un universo a separarci) dalla storia che mette in scena.
    La sua classicità è nella dimensione epica, consapevolmente eroica, dei suoi protagonisti: sarebbero piaciuti a Sofocle, Falcone e Borsellino.
    Lo si potrebbe peraltro credere un testo di denuncia: Novantadue – o meglio, il 1992 – è stato un anno orribile della nostra storia, iniziato peraltro con la pronuncia da parte della Cassazione della sentenza storica e definitiva di condanna che chiuse di fatto il Maxi-processo.
    Invece, Novantadue è soprattutto, sorprendentemente il racconto di una doppia solitudine.
    Che si staglia sullo sfondo di una fase epocale della nostra storia repubblicana, ma sempre solitudine umana resta. È il racconto di due uomini abbandonati da quello Stato che hanno giurato di servire.
    Due volti che in Novantadue tornano persone, dopo essere stati trasformati in icone.
    Oggi li troviamo fotografati e riprodotti dappertutto, dalle aule di tribunali agli interni delle macellerie.
    Fino al paradosso: una loro foto compare persino in quel circolo Arci di Paderno Duniano dove il 31 ottobre del 2009 i boss delle ‘ndrine si sono riuniti per eleggere il nuovo capo della ‘ndrangheta lombarda.
    Ma erano – e non dobbiamo dimenticarlo – uomini, che lo Stato ha lasciato soli, a consumarsi ed immolarsi in una tragedia assolutamente annunciata.
    E fuori dalla retorica celebrativa che si è affannata a piangerne l’eroico sacrificio, di loro non si è forse mai veramente parlato. Della loro umanità, delle loro passioni, delle loro piccole ostinazioni. Delle paure con cui hanno convissuto fino all’ultimo, del rigore dei loro pensieri, di quel senso dello Stato altissimo, non negoziabile, con cui ogni giorno servivano il Paese. Delle loro ore insonni o dei 200 e più caffè consumati (e messi in conto) durante il soggiorno di sicurezza al carcere dell’Asinara, quando erano “reclusamente” intenti a preparare il Maxi-processo.
    Una storia del genere non si può raccontare con la retorica.
    Per questo il nostro spettacolo trova la sua cifra estetica nell’essenzialità, funzionale a uno scavo profondo nell’intimità di due esseri umani.
    A innescare sulla scena il contradditorio narrativo con Falcone e Borsellino, altri due personaggi: un collega magistrato e un mafioso comune. Il primo è il nemico che si cela dentro casa, è la zona grigia, è il terreno della contraddizione, dove crolla ogni rassicurante steccato tra il bene e il male. Il secondo è un mafioso, uno che abbassa la testa ed esegue gli ordini, ma che si è rifiutato di eseguirne uno: uccidere Paolo Borsellino.
    Tutti i codici che circondano la recitazione degli attori sono dismessi: luci scarne e scenografia minimale ricordano un teatro povero, di ispirazione kantoriana. Ed ecco che bastano pochi elementi (come già nelle intenzioni dell’autore) – un tavolo, delle sedie – per mettere in scena la tragedia di due uomini comuni, chiamati dalla propria indole testarda a una missione straordinaria quanto impossibile: ripulire la Sicilia (e l’Italia) dalla mafia. Pochi altri segni ricostruiscono per accenni l’universo e la gestualità dei due personaggi.
    Tutto, anche la musica (le note sussurrate di Nils Frahm, gli archi implacabili di Olafur Arnalds, le elaborazioni post neo-melodiche di Hugo Race e del suo The Merola Matrix, le canzonette pop del tempo, che vengono dalla radio), più che fare che da commento all’azione scenica, servirà da veicolo emozionale per attingere alla solitudine di ciascuno di noi, ai momenti di abbandono che anche noi abbiamo vissuto, al senso di impotenza che anche noi abbiamo patito. Ai sentimenti di rabbia, paura, sconforto, entusiasmo, che appartengono a tutti.
    E che rendono umani anche gli eroi.
    Così erano Falcone e Borsellino.
    Così siamo tutti noi davanti alla menzogna di Stato che li ha uccisi.
    E che continua ogni giorno a contaminare le nostre vite.

    Marcello Cotugno

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    Categorie: Produzioni

    #RIPENESSisALL

    #RIPENESSisALL
    Appunti per una luna e i falò

    Con: Andrea Bosca

    Presentazione del secondo studio sul progetto legato alla scrittura di Cesare Pavese e in particolare al suo celebre romanzo, La luna e i falò. A 70 anni dalla sua pubblicazione e dal suicidio del suo autore, presentiamo in teatro una riscrittura originale curata dallo stesso Bosca e da Paolo Briguglia, che firma anche la regia dello spettacolo La luna e i falò .

    Produzione BAM teatro
    Nuova produzione stagione 2019/20

    Foto di Luca Brunetti

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    Categorie: Portfolio

    Lampedusa

    Lampedusa
    di Anders Lustgarten
    Traduzione di Elena Battista

    con Fabio Troiano e Donatella Finocchiaro
    Scene e costumi Alvisi+Kirimoto
    Luci Stefano Valentini
    Musiche originali Aleph Viola
    Foto di scena Luca Manfrini/courtesy of Marcello Norberth
    Regia di Gianpiero Borgia
    Produzione BAM Teatro/Artisti Associati/Mittelfest 2017

    Testo inedito-Prima rappresentazione in Italia
    debutto nazionale> Mittelfest, Cividale del Friuli Teatro Adelaide Ristori 21 luglio 2017

     

    “Un’escursione coraggiosa nelle acque oscure della migrazione di massa” The Guardian

     

    Il flusso migratorio che percepiamo come sempre più inarrestabile sarà il vero problema delle politiche comunitarie del prossimo decennio. La nostra Europa, che avevamo immaginato senza confini, rivendica adesso la geografia dei perimetri nazionali; il metissage multietnico proposto dalla mescolanza delle culture, viene allontanato in nome del rispetto della propria etnia e delle proprie tradizioni, il populismo avanza dileggiando soluzioni semplici a problemi altamente complessi. E i muri che pensavamo di avere abbandonato alla memoria della storia , tornano ad erigersi con prepotenza.
    Su tutto, domina la paura dell’altro e lo spettro degli attentati nel cuore delle nostre città.
    Anders Lustgarten rivolge la sua attenzione alle migrazioni di massa, mettendo a confronto con coraggio la vita di Stefano, un pescatore siciliano che ora si guadagna da vivere recuperando i corpi dei profughi annegati in mare, con quella di Denise, una studentessa marocchina italiana, immigrata di seconda generazione che si mantiene agli studi lavorando come esattore per una società di prestiti.
    La povertà e la disperazione non sono solo lo scenario del racconto: sono causa generatrice del contrasto sociale, del male dei protagonisti. Argomento di fuga per entrambi ed insieme condizione per il miglioramento del proprio status, attraverso lo sciacallaggio della disperazione altrui.
    Il testo di Lustgarten è sorprendentemente un racconto sulla sopravvivenza della speranza. Dietro il disastro sistematico della politica e delle nazioni, ci sono ancora e fortunatamente le persone, la gentilezza individuale, la sorpresa dei singoli.

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    LOCANDINA

    Categorie: Portfolio

    In ottemperanza alle disposizioni del DPCM emanato il 25 ottobre 2020 contenente le misure per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19, siamo nuovamente costretti a sospendere fino al 24 novembre 2020 tutti gli spettacoli teatrali in tournée, nonché gli eventi aperti al pubblico: esiti, laboratori e attività parallele.
    Il provvedimento lede un settore ed una fetta di economia nazionale importante, evidentemente sottostimata nella movimentazione e nei numeri che da sola produce.
    Continuiamo ad essere percepiti come “svago” e non valore. ( per fermarci alle considerazioni economiche)
    Ripartire sarà sempre più complicato soprattutto per realtà come la nostra che non godono del contributo FUS, nè di tutti i ristori e le agevolazioni che il Ministero dei beni culturali ha garantito ai teatri pubblici.
    Confidiamo che la sospensione temporanea consideri e contempli i recuperi delle attività nei prossimi mesi,non vanificando il durissimo lavoro che abbiamo svolto a partire nuovamente da giugno.
    Ci fermiamo, con grande tristezza e con un senso di profonda incertezza che viene dal non confronto scelto dalla politica rispetto a soluzioni condivise con gli operatori del settore.
    Speriamo di ritrovarci presto, nel solo luogo dove sappiamo pensarci insieme: a teatro.

    In ottemperanza alle disposizioni del DPCM emanato il 25 ottobre 2020 contenente le misure per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19, siamo nuovamente costretti a sospendere fino al 24 novembre 2020 tutti gli spettacoli teatrali in tournée, nonché gli eventi aperti al pubblico: esiti, laboratori e attività parallele.
    Il provvedimento lede un settore ed una fetta di economia nazionale importante, evidentemente sottostimata nella movimentazione e nei numeri che da sola produce.
    Continuiamo ad essere percepiti come “svago” e non valore. ( per fermarci alle considerazioni economiche)
    Ripartire sarà sempre più complicato soprattutto per realtà come la nostra che non godono del contributo FUS, nè di tutti i ristori e le agevolazioni che il Ministero dei beni culturali ha garantito ai teatri pubblici.
    Confidiamo che la sospensione temporanea consideri e contempli i recuperi delle attività nei prossimi mesi,non vanificando il durissimo lavoro che abbiamo svolto a partire nuovamente da giugno.
    Ci fermiamo, con grande tristezza e con un senso di profonda incertezza che viene dal non confronto scelto dalla politica rispetto a soluzioni condivise con gli operatori del settore.
    Speriamo di ritrovarci presto, nel solo luogo dove sappiamo pensarci insieme: a teatro.