La camera a gas

La camera a gas
di e con Leonardo Palmisano

Allestimento e regia di Antonio Petris
Produzione BAM teatro

Testo inedito mai rappresentato

Disponibilità ottobre 2019/maggio 2020

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”

(Paolo Borsellino)

Premessa:

Fino dalla nostra costituzione, abbiamo provato a raccontare- insieme alla nuova drammaturgia- la mafia in Italia, convinti come siamo che il racconto di essa non sia mai troppo aggiornato. E soprattutto, che non vada ostacolato, né omesso, né rallentato. Cambia il mondo e la mafia cambia più in fretta.

Si finisce sempre più spesso col ragionare per stereotipi, col raccontare Buscetta come fosse Al Pacino, al punto che molte critiche si sono sollevate in ordine alla rappresentazione del male e dei suoi protagonisti. Valgano per tutte, le polemiche seguite al successo della serie Gomorra, che pure nasce da un libro/inchiesta che è un best seller del racconto della malavita nel mondo.

Siamo interessati al racconto della mafia perché è pure il racconto di ciò che non accade e non modifica il nostro Paese, nel dipanarsi di relazioni, traffici, scambi, reciproche coperture che va avanti da prima dell’Unità di Italia e che è la prima ragione della nostra decrescita.

È una tara della nostra storia, quando non della nostra politica spesso fiancheggiatrice. Eppure, mafia e corruzione ci rubano il futuro, come ebbe a dire Giovanni Falcone.

Il racconto della apologia mafiosa è fermo alle stragi del Novantadue, (come purtroppo i processi e i riesami) eppure tante, troppe cose sono cambiate.

Il familismo delle cosche, per esempio, ha lasciato il posto ai settori di interesse, lo stragismo spettacolare che i Corleonesi ci hanno presentato come autografo della loro forza e onnipotenza, ha lasciato il campo ad un fenomeno più silenzioso, che irraggia e nutre in multiformi declinazioni, il linguaggio dei boss (che non è più quello di Provinzano dei pizzini) cambia insieme alle tecnologie, il grande morto ( Riina) che lascia un vuoto processuale -prima ancora che di potere- finisce con l’essere un modello di vertice che la mafia non guarda più. E a cascata, il racconto della massomafia, degli editori collusi, della sempre eterna strategia del fango a fermare dissidenti e nemici, di un Mondo nuovo che arriva e importa nuove connivenze e codici (ovvero l’apporto delle mafie straniere).

Si parla assai spesso di mafie liquide, sottintendendo la difficoltà a definirle nella forma e nella struttura organizzativa, come fu per la “onorata società” delle confessioni di Buscetta. Invece siamo ad un terzo tempo, che ricorda il più pericoloso tra gli stati della materia: lo stato gassoso.

È la mafia più forte e giovane: è la Ndrangheta. Per la precisione, la più brava, intelligente e la più ricca.

È una mafia che non si vede, impalpabile, non geolocalizzata: una mafia che non si fa toccare. Una mafia timida in apparenza, che ha sbaragliato le altre mafie “nostrane” in meno di trent’anni. Si è fatta ispirare dalla globalizzazione per ripulirsi dagli schizzi di sangue e si è insediata dappertutto, invertendo la geografia del comando. Che adesso parte dal Nord. È così intraprendente che da quando vi fu la crisi del 2008 (col crollo della finanza mondiale e il fallimento di società come Lehman&Brothers), ha praticamente sostituito le banche. E ora, semmai la cosa fosse poco chiara, si sta sostituendo alla nostra società legale. Infatti, non si limita ad amministrare patrimoni milionari, ma procede nella loro legalizzazione. È questo il passaggio più delicato, perché assottiglia il divario tra società legale e ndrangheta, rendendo più difficile (anche per gli inquirenti) distinguere ciò che è mafia da ciò che non lo è. È cambiato tutto davvero, mentre ci lasciavamo avvincere dalle serie TV ambientate a Palermo… Da tempo, ragioniamo su questi argomenti con Leonardo Palmisano, sociologo barese, classe 1974, scrittore ed etnografo, già professore di sociologia urbana al Politecnico di Bari.

Si è occupato di ricerche, molte di esse pubblicate su Manifesto, Liberazione, Alfabeta 2 e Narcomafie. Il suo saggio sul caporalato (Mafia caporale) è diventato uno spartiacque di riflessione (anche in ambito accademico ed internazionale) sulle nuove tratte di esseri umani, che passano certamente dai territori rurali, ma che interessano sempre più massicciamente i traffici di prostituzione e forza lavoro. Qualche giorno fa, l’ennesima minaccia di morte, a firma della mafia nigeriana, che insieme ai calabresi, controlla la tratta soprattutto di minorenni, con cui foraggiare il sempre crescente mercato della prostituzione e creando, come fu per la cocaina, un deprezzamento del prodotto sul mercato per raddoppiarne e favorirne il consumo. Arrivare ad un testo teatrale da questa matassa, fatta quantità di informazioni (anche delicate), inchieste, comparazioni e analisi di dati, è un lavoro lungo e molto complesso che ha richiesto due anni di preparazione.

Sinossi del testo: Il racconto spiega -rubando a Gilles Deleuze- il concetto, la “deterritorializzazione” dei sistemi economici odierni applicata alla mafia, che è sempre meno vincolata alla terra di origine e sempre più in connessione con la criminalità mondiale. Ascesa e racconto della prima multinazionale mafiosa del pianeta- la Ndrangheta- e spiegazione della sua penetrazione nel mondo (da Duinsburg alla Slovacchia, passando per Svizzera, Germania e Lussemburgo fino a Dubai), a partire da quello delle istituzioni. I suoi personaggi sono istruiti, distinti, conoscono più lingue e sono giovanissimi. E come può la Ndrangheta arrivare a governare interi pezzi della società globale senza l’aiuto di altre organizzazioni, magari meno minacciose, ma più introdotte? Si arriva ai massoni che le garantiscono di far società insieme al sistema legale e alle “professioni”. Il racconto del nuovo mondo criminale nel silenzio delle istituzioni, della politica, del contrasto dello Stato che diserta puntualmente ai primi punti del piano di governo, una sistematica lotta al sistema mafioso nel Paese.

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