Thom Pain – La Nuova Provincia 30 luglio 2010

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  • Data di Pubblicazione 2 Aprile 2017
  • Ultimo aggiornamento 2 Aprile 2017

Thom Pain - La Nuova Provincia 30 luglio 2010

La Nuova Provincia - 30 luglio 2010

Visto. L'attore romano a Calamandrana per "Teatro e colline"
Tutta l'ambiguità di Thom Pain
Elio Germano e le sue illusioni della scena

Nei giorni del festivala anche l'energia e la precarietà di un taatro con pochi mezzi

Per il pubblico la serata comincia male con l’attesa che si protrae di mezz’ora rispetto al previsto orario di inizio. La folla accalcata
all’imbocco della via che conduce al cortile dello spettacolo sbuffa e si lamenta, qualcuno fischia come se fosse davanti ai cancelli di un concerto rock, qualcun altro vorrebbe entrare a tutti i costi tanto da chiedere alla maschera che non glielo consente se ha l’assicurazione sulla vita. Finalmente si entra: chi è arrivato prima vuole scegliere la posizione migliore ma il cortile è piccolo, i posti sono pochi, i biglietti venduti tanti. Molti rimarranno in piedi, altri si siederanno a terra quasi a ridosso del palco. I più fortunati, invece, riusciranno ad accaparrarsi il tanto sospirato posto, che però si rivela un posticino su una scomoda e minuta panchetta (forse più adatta ad ospitare gli alunni di una classe elementare). Domenica, a Calamandrana, le evidenti difficoltà organizzative si scontrano con la severità e l’impazienza di un pubblico più abituato forse ai confortevoli velluti di un teatro comunale, o alla puntualità di un film al cinema, che alla precarietà di un teatro senza mezzi, che si ingegna per riuscire a “spremere” da quel poco a disposizione tutto il di più possibile. Certo nei giorni del festival, e in molti altri luoghi della scena contemporanea, abbiamo visto attori cambiarsi ovunque, anche nei corridoi di un ristorante mentre gli avventori consumano i loro pasti serali, improvvisare soluzione ardite e fare a meno di molte comodità pur di esserci quasi a qualunque condizione e poco importa se queste condizioni diventano, ogni giorno, sempre meno dignitose. Riecheggiano allora le parole di un artista presente al festival, che, commentando la proposta dell’abolizione del sussidio di disoccupazione per attori, diceva “certo quei 1700 euro l’anno facevano comodo”. Ma ecco il protagonista, Elio Germano, o meglio Thom Pain, il suo alter ego. Con la testa rasata e la barba appena accennata, l’attore sembra più giovane rispetto ai suoi quasi trent’anni. In un completo scuro sobrio e scarpe lucide allacciate che fanno rumore sulle assi, misura il piccolo palco a grandi passi, guardando il pubblico con circospezione, forse con una certa iniziale freddezza. Comincia un dialogo serrato con lo spettatore, raccontandogli storie crudeli di bambini e animali, sogni di amore, malattia e morte, visioni incantate e orride. Poi, in un attimo, vira di colpo verso la realtà e dice “tornando alla nostra piccola performance sui temi della paura, della gioventù, dell’odio, sulla natura della messa in scena e viceversa”.
Thom Pain (basato sul niente) dell’americano Will Eno si rivela così anche uno spettacolo sul teatro, sulla natura della finzione scenica e sull’ambiguità dell’arte dell’attore, come lo stesso Thom ci lascia intuire quando ripete di essere un illusionista e di voler fare un gioco di prestigio. L’interprete premiato a Cannes con la Palma d’oro, forse ancora un po’ acerbo a teatro, dimostra di aver colto questo lato del testo con un’interpretazione in bilico tra immedesimazione e straniamento. Capace di molte belle cose, colpisce soprattutto quando colora  sfumature più che tinte accese, quando sottrae invece di aggiungere come nel momento in cui si siede ad aspettare, appoggiando un gomito allo schienale della sedia e coprendosi con entrambe le mani il viso. È immobile, di tre quarti, con le gambe accavallate e la testa reclina. S’intravedono solo gli occhi durante questa lunga pausa dominata dal silenzio di un tempo sospeso e da quello sguardo luminoso eppure ombreggiato da un velo di malinconia. Germano, fisicamente presente, sembra tuttavia lontano, assente, come se guardasse gli spettatori al di fuori del personaggio. Vengono alla mente allora le folgoranti parole di Cesare Garboli quando scriveva che “ciò che fa il carisma di un attore non è una overdose di talento; è il sospetto di una disappartenenza al teatro, la misteriosa capacità di trascendere il teatro proprio nel  momento in cui egli ne è il testimone assoluto”.

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