Novantadue – L’Unione Sarda aprile 2016

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  • Data di Pubblicazione 14 Marzo 2017
  • Ultimo aggiornamento 14 Marzo 2017

Novantadue - L'Unione Sarda aprile 2016

L’Unione Sarda, aprile 2016

Il personaggio – A tu per tu con Claudio Fava vicepresidente della Commissione antimafia
“Così Riina jr si è candidato alla successione del padre”

“Nessuna intervista è inopportuna. La differenza la fanno le domande. Quelle che Vespa ha posto a Salvo Riina,
accettando di muoversi in un perimetro concordato, sono intollerabili: l’intervistato non solo era figlio del capomafia
Totò, ma a sua volta un mafioso”. Claudio Fava, vicepresidente della Commissione antimafia, giornalista, scrittore,
sceneggiatore, figlio di Pippo ucciso da Cosa Nostra nel 1984, ribadisce senza sfumature la condanna pronunciata
all’indomani della comparsata di Riina jr a “Porta a porta” su Raiuno. Occasione per tornare sull’argomento è la
riproposizione in Sardegna della pièce “Novantadue: Falcone e Borsellino, venti anni dopo” di cui Fava firma i testi.
Prodotta dalla compagnia cagliaritana BAM, da ieri – e fino a domenica – è in cartellone nei teatri del circuito Cedac.

Quali domande avrebbe posto a Riina jr?

“Avrei iniziato facendogli ascoltare le intercettazioni ambientali che lo riguardano. Passando in auto a Capaci insieme
con un compare che si lasciò andare in giudizi sprezzanti su Falcone e le vittime della strage. Esaltò il progetto criminale
di suo padre. Invece che permettergli di descrivere se stesso, Totò Riina e la mafia come un’accolita di benefattori, gli
avrei chiesto se si riconoscesse in quelle parole, se fosse un associato mafioso e come facesse a stare, nonostante
tutto, nei panni del ragazzo inconsapevole. Avrei insistito sul sistema di potere, protezione e denari di cui la sua famiglia
godeva. E domande non provocatorie, legittime e dovute”.

Qualche significato dà alla comparsata televisiva di Riina jr?

“Si è proposto come candidato alla successione del padre. ‘Sono pronto a fare la mia parte, i pentiti sono infami
traditori, la mafia non esiste’, ha voluto dire. Ha dimostrato che se deve affrontare un interrogatorio (l’intervista non
lo è stato), sa come fare. Grave che ci si sia prestati alla strumentalizzazione. Per un po’ di share in più e accettando
che venisse firmata la liberatoria, Vespa ha dato l’assenso affinché non si parlasse della condanna dell’interlocutore”.

La trasmissione ha distorto il passato e appannato il presente?

“La mafia è un’organizzazione criminale, finanziaria e sociale che ha instaurato con la politica un rapporto fatto di
puntuali e selezionate obbedienze. Non agita gli strumenti della violenza. È infida. I magistrati di Milano parlano di
imprenditori che cercano le famiglie mafiose perché hanno bisogno di denaro. La mafia si è adeguata ai tempi,
reagendo alle contromisure messe in campo dallo Stato e al nuovo impianto normativo e investigativo. Per ingenuità
o presunzione pensiamo abbia lo stesso volto del passato. La mafia di Matteo Messina Denaro non investe, come
invece facevano i corleonesi, in case e terreni, ma in fondi sovrani e aziende. La confisca dei beni, che colpisce un
tessuto economico da migliaia di posti di lavoro, pone lo Stato un livello di responsabilità superiore rispetto a 15 anni
fa”.

La risposta delle istituzioni è quindi inefficace?

“Le misure che hanno permesso di azzerare le gerarchie dei colonnelli mafiosi sono invecchiate. Fino a poco tempo fa
il reato di voto di scambio poteva essere contestato solo se veniva accertato il passaggio di denaro. Anche la misura
sanzionatoria dello scioglimento dei Consigli comunali si mostra inadeguata. La mafia si infiltra negli uffici passare per
sindaco e assessore. Entra in profondità nelle burocrazie amministrative!”.

Tornando alla tv, anche la fiction il “Capo dei capi” di cui lei scrisse la sceneggiatura fu accusata di mitizzare i boss
mafiosi.

“Il giornalismo è un’altra cosa. È testimonianza vera di un racconto. La fiction non ha il compito di educare una
comunità. La seduzione del male non passa per le serie tv o i romanzi. I ragazzi di “Gomorra”, per esempio, la subiscono
nella realtà, ai margini delle strade”.

Di Manuela Arca

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