Novantadue – La Stampa 7 marzo 2015

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  • Data di Pubblicazione 2 Aprile 2017
  • Ultimo aggiornamento 7 Aprile 2017

Novantadue - La Stampa 7 marzo 2015

La Stampa - 3 luglio 2015

RECENSIONE di OSVALDO GUERRIERI
"Novantadue", lo sguardo lucido e attento di uno spettacolo nobilmente civile.

Non è solo uno spettacolo nobilmente civile il "Novantadue - Falcone e Borsellino 20 anni dopo" in scena al Baretti fino a ieri. Ne è autore Claudio Fava, parlamentare eletto nelle liste di SEL, vice-presidente Commissione antimafia e figlio di Pippo Fava, giornalista assassinato nell'84 da Cosa Nostra a Catania. Claudio è convissuto e convive con la Mafia considerandola una ferita che non si sa ancora come rimarginare. E questo suo "Novantadue" ne è un frutto più amaro che aspro.
Porta in scena Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che nel '92 pagarono con la vita la lotta contro il potere mafioso, ma non fa un altarino devozionale. Fava assume a pretesto la figura dei due giudici per condurre lo spettatore su un terreno più scivoloso. Racconta le vicende dei due procuratori antimafia e il loro capolavoro investigativo culminato con il primo maxi processo della storia, ma ci mostra anche lo scenario giuridico e politico di quegli anni, la svolta stragista dei Corleonesi, l'intreccio di interessi inconfessabili e accenna alla trattativa Stato-Mafia i cui contorni ci appaiono ancora così opachi.
Nello spettacolo diretto da Marcello Cotugno con una mano lodevolmente leggera, troviamo Falcone e Borsellino nel carcere dell'Asinara. Vi si sono rinchiusi per sfuggire alle pressioni esterne e per preparare il maxi processo di Palermo. Non vediamo due giudici, ma due uomini stanchi che possono anche avere paura e ironizzano che il giorno dopo, al momento di lasciare il penitenziario, dovranno pagare le consumazioni. Da qui in poi è tutto un franare di eventi, di situazioni, di congiure più o meno mascherate. Si profila il tentativo di neutralizzare il lavoro sempre più implacabile dei due donchisciotte. Per esempio con l'attentato dell'Addaura. Ma nella melma delle polemiche, Falcone e Borsellino ci appaiono quasi condannati al martirio di cui essi sono del tutto consapevoli. Uno spettacolo tutto di parola, dominato da una ammirevole sobrietà scenografica e da basse luci oblique. Ogni parola di Fava è un colpo contundente, ogni concetto è un colpo di frusta alle infinite ambiguità e ai cedimenti che hanno permesso a Cosa Nostra di diventare, in un certo momento, uno Stato nello Stato.
La partitura di Fava è affidata all'interpretazione di tre attori che i più significativi e più "in parte" non potrebbero essere. Falcone è Filippo Dini, Borsellino è Giovanni Moschella, sostituto di rango dell'indisposto Max Mazzotta. A Fabrizio Ferracane il compito del Jolly, ossia di interpretare più personaggi, quali un giudice ligio più alle conveniente politiche che allo spirito della legge, o un insignificante ma agghiacciante manovale della mafia. Il risultato è un turbamento profondo, che si scioglie soltanto alla fine in interminabili applausi liberatori.

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