Novantadue – La Repubblica 07/05/2018 recensione Rodolfo Di Giammarco

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  • Data di Pubblicazione 11 Maggio 2018
  • Ultimo aggiornamento 11 Maggio 2018

Novantadue - La Repubblica 07/05/2018 recensione Rodolfo Di Giammarco

La Repubblica – 7 maggio 2018
Novantadue – i giudici all’Asinara amici e vittime in pre-agonia

Rodolfo Di Giammarco

Com’è che fumano, bevono, scherzano, mettono a punto una sterminata istruttoria, confessano le loro paure, pensano alla morte, sanno di essere soli, e consumano ancora un vagone di tabacco e sorseggiano ancora caffè e alcol, e si sentono magistrati sotto chiave nel 1985 all’Isola dell’Asinara (lì spediti per congegnare senza noie le carte del più mastodontico processo italiano), com’è che si comportano nell’intimo, a pelle, due uomini con profondo senso della giustizia e dello Stato, che poi sette anni dopo, nel 1992, moriranno ammazzati= Su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si è detto, ricostruito, drammatizzato e sceneggiato molto, per memoria, per monito.
Ma un testo di Claudio Fava, “Novantadue”, a noi mancava, perché è una radiografia teatrale della spontaneità di due esseri umani, amici, compagni di lotta alla mafia e anche vittime designate dei poteri istituzionali infiltrati, doppiogiochisti. L’autore condanna a vivere i due giudici in cosciente pre-agonia, li accompagna nei due agguati, e ce li restituisce come identità pensanti. A gestire questa indeterminatezza di tempi è la regia strutturale e diacronica di Marcello Cotugno, alle prese con una delle sue messinscene più metronomiche, iconografiche, filosofiche. Però oltre alla partitura delicata ed epica di Fava, e al corrispettivo della macchina allestitoria di Cotugno, qui ci imbattiamo in attori capaci di prove strenue, di disincanto commovente e di onestà urlata. Filippo Dini è un Falcone di paurosa contemplatività, di gentilezza amabile, di coscienza delle ostilità ordite dall’alto, con un senso della fine che mette i brividi, finché lo vediamo coi piedi nudi steso in una morgue. Giovanni Moschella è una roccia di Borsellino che riceve il preavviso del tritolo a lui destinato maneggiando una sigaretta come il coltello del harakiri, e la sua lettera a una professoressa alla vigilia dello scoppio della 126 rossa è una favola nera. E Pierluigi Corallo ha tutta la fermezza complementare delle controparti mafiose, o della autorità contro. Un teorema, col marchio BAM Teatro, che dovrebbe replicarsi sempre.

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